Francesco Marotta è un colorist, editor e data manager italiano, originario di Venezia. Il suo percorso professionale inizia nelle televisioni private, dove muove i primi passi come operatore e montatore RVM. Fin da subito sviluppa una forte passione per le centraline di montaggio lineare, accompagnando poi in prima persona il passaggio al digitale. Nel tempo si specializza in fiction, documentari e prodotti di advertising, ampliando progressivamente le proprie competenze. Nel 2009 si avvicina al mondo della color correction, un ambito che diventerà centrale nel suo percorso professionale. Successivamente fonda la casa di produzione Tunastudio, con cui realizza progetti audiovisivi distribuiti su piattaforme come Rai Cinema e FOX Channel. Dal 2015 entra a far parte del team di Doc Servizi. Nel corso della sua carriera ha collaborato a numerose produzioni cinematografiche e televisive internazionali, tra cui Assassinio a Venezia, Nolly, Blood & Treasure, A Discovery of Witches, The Aspern Papers e Condor, oltre a molti progetti indipendenti italiani.
Dallo studio al set: un ingresso diretto nel lavoro
“Ho studiato a Venezia al TARS, il Tecnico Artistico dello Spettacolo, ma il mio percorso non è stato lineare. Nel 2005, mentre ero ancora all’università, sono stato chiamato a lavorare per una delle prime TV private in alta definizione del territorio veneziano. È stato un passaggio immediato: da studente a montatore, in un contesto che all’epoca era pionieristico in Italia. Ho deciso di lasciare gli studi e dedicarmi completamente al lavoro”.
Dal montaggio alla scoperta del colore
“Dopo circa due anni ho iniziato a lavorare come freelance, sempre come montatore: è stato il mio primo vero mestiere, che ho portato avanti fino al 2017. Nel frattempo è nato un interesse che avrebbe cambiato il mio percorso: la color correction. All’epoca era ancora poco diffusa, almeno nel nostro territorio. Ho iniziato quasi per curiosità, tra il 2008 e il 2009, utilizzando un software Apple chiamato Color. Mi affascinava l’idea di non limitarmi a correggere un’immagine, ma di lavorarla in profondità, trovando un equilibrio visivo più preciso e consapevole”.
La trasformazione del settore
“Negli anni il settore è cambiato radicalmente. Si è passati da immagini già pronte per la messa in onda a formati “flat” o logaritmici, simili al RAW fotografico, che richiedono uno sviluppo completo. Questo ha trasformato profondamente il ruolo del colorist: non più solo interventi tecnici, ma costruzione di una vera identità visiva. Un passaggio decisivo è stato l’arrivo di DaVinci Resolve, reso accessibile da Blackmagic Design anche in versione gratuita. Questo ha ampliato enormemente le possibilità di accesso, anche se resta un lavoro che richiede tempo, pratica e dedizione.
Un lavoro individuale dentro un processo collettivo
“Quello del colorist è un lavoro che si svolge spesso da soli, in una stanza buia, davanti a monitor calibrati. Eppure è uno degli ultimi passaggi di un processo collettivo: ogni scelta si inserisce in un sistema di decisioni già prese da regista, produttore e direttore della fotografia. Per questo è fondamentale sapersi relazionare con gli altri. La chiarezza nella comunicazione è essenziale: bisogna saper spiegare tempi, limiti e possibilità anche a chi non ha competenze tecniche specifiche”.
Il valore del lato umano
“Se c’è una cosa che ho imparato, è che il lato umano è fondamentale, tanto quanto quello tecnico. Saper comunicare in modo semplice, mantenere un dialogo sereno e gestire le aspettative sono competenze imprescindibili. A questo si aggiungono la passione, l’attenzione al dettaglio e la capacità di individuare e correggere eventuali errori provenienti dalla fase di ripresa. Ogni progetto, soprattutto nel documentario, è diverso e richiede uno sguardo attento e flessibile”.
Esperienze che lasciano il segno
“Non c’è stato un singolo progetto che abbia rappresentato una svolta, ma alcuni hanno avuto un impatto importante. Uno in particolare è un cortometraggio realizzato all’interno del progetto educativo “Beauty Storytellers” a Montebelluna. Ho curato la color correction di alcuni lavori realizzati da studenti, tra cui La bicicletta. In quell’occasione ho utilizzato per la prima volta dei plugin di simulazione della pellicola: una scoperta che ha influenzato il mio approccio e che oggi utilizzo spesso”.
Nuove generazioni e collaborazione
“Lavorare con studenti e giovani professionisti è stato estremamente stimolante. Credo molto nel ricambio generazionale: vedere persone motivate e coinvolte è sempre un valore. Sul set mi capita spesso di collaborare con persone più giovani e non credo in gerarchie rigide: l’esperienza conta, ma il rispetto delle competenze viene prima di tutto”.
Dal color grading al set: un lavoro invisibile dietro le quinte
“Accanto al lavoro in studio, dal 2014-2015 lavoro anche come data manager sul set. È un ruolo diverso, più tecnico, legato alla gestione dei dati e ai settaggi delle cineprese. Mi ha permesso di sviluppare nuove competenze e di osservare il processo produttivo da un’altra prospettiva. Chi guarda un film spesso vede solo attori e regista, ma dietro c’è un sistema complesso di professionalità. Anche nei progetti più piccoli esiste un vero e proprio ecosistema di competenze. In Veneto, negli ultimi anni, il settore è cresciuto: non siamo in tantissimi, ma ci conosciamo e il set diventa anche un luogo di incontro e scambio.
La scelta della cooperativa
“Non ho mai avuto partita IVA: è stata una scelta precisa. Dopo alcune esperienze precedenti, nel 2015 sono entrato in Doc Servizi, dove mi sono sempre trovato molto bene. Uno dei principali vantaggi è avere un riferimento affidabile: sapere che c’è qualcuno che risponde e ti aiuta a risolvere anche piccoli problemi quotidiani fa davvero la differenza. La cooperativa offre anche vantaggi pratici importanti: la gestione delle spese di lavoro, la possibilità di investire in attrezzatura e l’accesso a tutele come malattia, NASpI e bonus fiscali. Sono aspetti che, con una partita IVA, spesso mancano. Ogni tanto mi pongo la domanda, ma la risposta è sempre la stessa: per il mio lavoro, questa resta la scelta più adatta”.
