Carlo Porrone è una di quelle figure che lavorano dietro le quinte, nel punto in cui la spettacolarità incontra la responsabilità tecnica. Da anni si muove tra palcoscenici, strutture sospese e sistemi con automazioni, occupandosi di rendere possibili e sicure alcune delle produzioni più complesse del panorama italiano e internazionale.

Nel 2010 crea Orion Riggers, diventando, insieme a validi collaboratori, un punto di riferimento professionale nel settore.

Dal 2015 è impegnato in tournée come operatore delle automazioni in grandi musical come Notre Dame de Paris e Romeo e Giulietta; nel tour 2018/19 Al centro di Claudio Baglioni e più recentemente con Marco Mengoni, Cremonini, Marracash. Parallelamente svolge attività di consulenza per compagnie teatrali e circensi ed è Head Rigger in progetti articolati anche in ambito industriale, dall’Allianz Stadium di Torino per BOSE e Juventus alla Barys Arena in Kazakistan, passando per Fiat Sata a Melfi.

Socio di Doc Servizi, dal 2017 ricopre il ruolo di RSL e affianca all’attività operativa un costante impegno nella formazione sulla sicurezza. Dal 2017, porta in tutta Italia corsi e workshop dedicati al rigging per performer, concerti e stunt, con particolare attenzione alle buone prassi e alle manovre di evacuazione e soccorso.

Progetta nel 2019 una formazione specifica per il soccorso e l’evacuazione dei performers in quota rivolta al personale interno di  teatri (Teatro La Scala, Teatro Petruzzelli) e produzioni live.

Nel 2022 coordina la traduzione in italiano del Plasa/Esta ICOPER (International Code of Practise for Entertainment Rigging).

Evoluzione della professione

“La mia professione si sta consolidando. Ho fatto molte cose nel tempo e questo percorso mi ha portato a definire meglio ciò che faccio oggi, mantenendo alcuni macro-ambiti ormai strutturati e su cui lavoro a un buon livello. Mi occupo di formazione, organizzando corsi quando c’è richiesta e compatibilmente con tournée e altri lavori, che non sempre sono facili da incastrare. Faccio rigging per performance e stunt e lavoro come operatore di automazioni per tournée, eventi, concerti e musical.
Capitano anche lavori diversi, come interventi di manutenzione in grandi strutture: ad esempio allo Stadio Allianz di Torino, dove siamo un riferimento per esigenze specifiche. Non è un lavoro continuativo, ma interventi mirati: in passato abbiamo sostituito l’impianto audio sospeso e i ledwall lavorando con tecniche di accesso in fune. Esperienze particolari, intense, ma limitate nel tempo”.

Operatività, progettazione e sicurezza

“Il nostro è un lavoro molto operativo, ma dietro c’è sempre una grande parte di progettazione. Spesso bisogna progettare da zero strutture, accessi e in certi casi anche le procedure di evacuazione e soccorso, un tema a cui tengo moltissimo.
Oggi molti clienti lo richiedono direttamente, soprattutto quando si lavora con performer sospesi. Nei grandi teatri è ormai una pretesa: sistemi progettati, testati, ragionati.
Con le produzioni più piccole bisogna ancora spingere, far capire che l’impegno in termini di sicurezza, materiali, tempo e responsabilità è lo stesso. Se una macchina si blocca o una persona sta male, serve sempre una procedura efficace e senza improvvisazione. Io dico spesso che sto dalla parte del performer, non necessariamente della produzione o del regista: il concetto di “the show must go on” in certi casi è sbagliato e pericoloso”.

Errori, consapevolezza e condivisione

“Un altro aspetto fondamentale è che nel nostro settore si parla pochissimo di errori e quasi-incidenti. C’è vergogna, timore di essere giudicati. Eppure sono esperienze enormi, che andrebbero condivise perché aumentano competenze e sicurezza. C’è chi dice che l’esperienza sia la somma dei propri errori: forse è vero.
Basti pensare all’aviazione civile: la drastica riduzione degli incidenti è avvenuta grazie alla standardizzazione delle procedure e alla condivisione degli errori. Nel nostro settore invece tendiamo a tenere tutto per noi, e questo spesso porta a ripetere gli stessi sbagli”.

Un percorso, non una scintilla

“Non c’è stata una scintilla, ma un percorso fatto di molti passaggi. Prima ero tecnico sistemista informatico, ma già da studente facevo volontariato in Protezione Civile, Croce Rossa e Greenpeace.
Con quest’ultima ho maturato un’esperienza tecnica molto particolare: aprivamo striscioni su palazzi e navi, inventando ogni volta soluzioni nuove e imparando l’accesso in fune quando non era ancora diffuso.
Quelle competenze poi si sono unite al mondo dello spettacolo, alle performance aeree e circensi. Il mio passato da informatico oggi torna utile soprattutto nel campo delle automazioni, dove la componente di programmazione è importante”.

Le esperienze più significative

«Coordinare una squadra per un mese e mezzo allo Stadio Allianz, in condizioni climatiche difficili, è stata una grande sfida ma anche un’enorme soddisfazione. Allo stesso tempo, seguire una funambola come Giulia Cammarota nel ruolo di rigger è un’esperienza intima e umana: a volte una traversata tecnicamente semplice, davanti a una piazza gremita, regala emozioni più forti di un progetto gigantesco. Ho lavorato anche alla traversata tra il Bosco Verticale e il grattacielo Unicredit con Andrea Loreni: 140 metri d’altezza, 250 metri di lunghezza e una complessità tecnica enorme. E poi l’esperienza a Bangkok con la compagnia di danza verticale Il Posto, tra grattacieli di 250 metri, il coordinamento con squadre locali e le inevitabili barriere linguistiche. Dal punto di vista umano e tecnico è stato straordinario».

Tour e grandi produzioni

«Il tour che ho seguito più a lungo è stato Notre-Dame de Paris, come operatore delle automazioni e referente per la sicurezza dei performer. Ho lavorato anche con diversi artisti, tra cui Mengoni, Cremonini e Baglioni, all’interno di grandi produzioni in tour. Dal punto di vista scenico sono esperienze straordinarie, con squadre tecniche capaci di risolvere l’impossibile in tempi rapidissimi. La ricerca della perfezione, se ben indirizzata, ti spinge a dare sempre il massimo; a volte però manca il contatto diretto con l’artista, quella relazione umana che per me dà davvero senso al lavoro».

Il valore del contatto umano

“È Il contatto umano che fa la differenza. Altrimenti rischi di limitarti ad assemblare cose e portarti a casa la giornata. La formazione, ad esempio, è una delle cose che amo di più: trasmettere, imparare dagli altri, costruire fiducia. Anche noi tecnici abbiamo bisogno di questa componente umana”.

Doc Servizi: supporto amministrativo e umano

“Ho trovato nella cooperativa una forma di lavoro molto più adatta rispetto alla partita IVA, che avevo all’inizio. La gestione delle fatture, dei DPI, il supporto umano: tutto questo rende il lavoro più sostenibile e coerente con quello che facciamo”.