Stiamo vivendo un momento strano, e ne siamo consapevoli. Si parla molto di violenza di genere, ma più per alimentare posizioni conservatrici, per rimettere in discussione persino il concetto di consenso, che per trovare soluzioni. Ed è esattamente per questo che oggi non possiamo permetterci di stare in silenzio. Dobbiamo fare il contrario: partire dai fatti, dai dati, dalle esperienze concrete.
A Sanremo abbiamo fatto una proposta semplice e necessaria: sederci attorno a un tavolo, operatori e operatrici dell’industria musicale, per definire insieme le regole di condotta per contrastare violenze e molestie nel settore musicale e dello spettacolo. Non un convegno. Non una dichiarazione di intenti. Un impegno condiviso, scritto, reale. Perché le parole, senza azioni, non cambiano nulla.
Ci sono numeri che ci aiutano a capire perché è estremamente urgente impegnarsi per contrastare la violenza di genere nei luoghi di lavoro dell’industria musicale.
Da una recente ricerca pubblicata da Equaly a fine 2023 si evidenzia che l’83% delle donne lavoratrici nell’industria musicale italiana si è sentita discriminata almeno una volta nel corso della sua carriera e il 73,9% afferma di aver subito discriminazioni sulla base del genere. E ancora: solo il 22,9% non ha mai subito comportamenti violenti durante il proprio lavoro, mentre le restanti lavoratrici della musica hanno tutte subito una o più forme di violenza:
il 35,3% ha subito violenza di tipo psicologico: urli/intimidazioni. Una violenza diffusa in tutti ruoli ma amplificata in live/tour. Il 9,8% una violenza di tipo economica con conseguente barriera all’ingresso: non stiamo parlando del gender pay gap, pur essendo consapevoli che le donne vengono pagate meno degli uomini, ma di come questo diventi strumento di abuso e violenza con conseguente svalutazione del lavoro.
A questi dati si aggiunge anche l’1,4% di violenze di tipo fisico. C’è poi un 21,6% di lavoratrici che dichiara di aver subito più di un tipo di violenza.
Vorrei però portare l’attenzione su una riflessione importante: solo nel 2,6% dei casi il comportamento violento è stato messo in atto prevalentemente da donne. Nel 71,3% dei casi l’autore è stato un uomo. E in tutti i casi in cui viene riportata violenza fisica, questa è stata esercitata esclusivamente da uomini.
Ancora più disarmante è il dato relativo al silenzio: il 77,1% di chi subisce violenza preferisce rimanere anonima per non compromettere la propria carriera. Questo significa che la paura di non lavorare più è più forte della possibilità di denunciare.
Un altro elemento strutturale riguarda la distribuzione dei ruoli. Il 74,5% delle artiste o lavoratrici nell’industria musicale si occupa di ufficio stampa, gestione dei social media o altre mansioni d’ufficio, spesso definite come lavori di “cura dell’artista”. E questo accade perché generalmente nel mondo del lavoro gli stereotipi di genere si sovrappongono alle reali competenze necessarie per uno specifico ruolo: mentre agli uomini viene attribuita una presunta predisposizione alla leadership, alle donne viene attribuita una presunta naturale predisposizione alla cura, all’organizzazione, alla gestione emotiva. Chi si adegua agli stereotipi ottiene vantaggi e successi, chi si oppone purtroppo subisce violenze di genere di ogni tipo.
Non solo dati, ma anche analisi di contesto. Una di queste ci dice che non sempre è facile stabilire cosa sia violenza quando non si tratta di un abuso fisico evidente. Ancora più difficile è riconoscere una molestia.
Nel contesto dell’industria musicale questa difficoltà è amplificata. È un ambiente in cui formale e informale si intrecciano continuamente: backstage, cene dopo i concerti, viaggi, festival, networking. Diventa difficile persino stabilire cosa sia lavoro e cosa non lo sia. E quando i confini del lavoro sono sfumati, anche i confini del rispetto rischiano di diventarlo.
Tutto questo ha conseguenze molto concrete sulla sicurezza, sul benessere, sulla salute fisica e psichica delle lavoratrici.
Ed è per questo che all’urgenza dell’azione si aggiunge lo studio degli strumenti a disposizione. Come la Convenzione OIL n. 190, che definisce cosa sono violenza e molestie nel mondo del lavoro.
Si applica a tutti i settori, a tutti i tipi di contratto, in ogni momento legato all’attività lavorativa, dal tragitto casa-lavoro fino agli eventi after-hour. È un riferimento concreto, che ci riguarda direttamente. E in Rete Doc la parità di genere è al centro della nostra identità e del nostro percorso, come dimostrano alcune azioni messe in campo. L’ ottenimento della certificazione per la parità di genere, non come punto d’arrivo, ma come punto di partenza, il Sistema Whistleblowing, per permettere a chiunque di esprimersi senza timore, con una figura referente dedicata che segue ogni situazione con responsabilità e sensibilità. La formazione a tutte le dipendenti e i dipendenti amministrativi sul linguaggio inclusivo e sulla violenza di genere, l’impegno a strutturare corsi in pillole per tutta la nostra base sociale, con l’attivazione di survey dedicate al tema degli abusi.
Questi sono i primi passi per poter dire che si può, passo dopo passo, agire un cambiamento perché ogni scelta consapevole può produrre un impatto reale.
Ma da soli non basta. Non può bastare. E lo sappiamo. Per questo, proprio a Sanremo, abbiamo invitato il settore a passare all’azione, dandoci dodici mesi per costruire qualcosa di più grande, un protocollo condiviso che parta dalle realtà dell’industria musicale e spettacolo, e che possa influire su tutto il settore.
L’invito che abbiamo fatto a Sanremo è aperto a tutte e tutti: trovarci tra un anno a presentarlo insieme. Perché insieme possiamo avere un impatto che da soli non avremo mai.
