Tenore, tecnico del suono e aspirante Stage Manager: Jacopo Pesiri vive lo spettacolo da ogni angolazione possibile. Il suo è un percorso trasversale, in cui competenze artistiche, tecniche e organizzative si intrecciano in modo naturale, dando forma a una visione del palco a 360 gradi. Inizia a soli 17 anni come facchino durante un concerto di Fiorella Mannoia. Da lì cresce nel mondo dei service audio fino a diventare fonico di palco. Oggi lavora soprattutto in contesti di alto profilo – tra grandi eventi privati e progetti artistici legati alla Biennale di Venezia – senza rinunciare a un elemento per lui essenziale: sostenere e accompagnare le giovani formazioni musicali nel loro percorso di crescita. 

Parallelamente coltiva il canto: dagli esordi nel rock e metal approda alla lirica, scegliendo una formazione indipendente dopo l’esperienza in Conservatorio. Dal 2019 debutta diversi ruoli del repertorio operistico – La Traviata, L’Elisir d’Amore, Cavalleria Rusticana, La Bohème – consolidando la propria identità di tenore in un periodo storico complesso per il settore. 

Durante la pandemia si impegna nella rappresentanza dei lavoratori dello spettacolo e fonda CORA, compagnia nata per coniugare qualità artistica e tutela professionale, portando l’opera fuori dai circuiti tradizionali e verso nuovi pubblici. Il suo non è un cammino lineare, ma una traiettoria che unisce tecnica, arte e visione civile: vivere lo spettacolo dall’interno, con consapevolezza e competenza. 

Un cammino, non una scalata 

«Non uso mai la parola “carriera”, ma “percorso”. La carriera va verso l’alto, io invece amo camminare: sono un escursionista. Per me è lo stesso avere davanti il Papa o quattro ragazzi appena usciti da una serata: il pubblico è pubblico, ed è sempre uguale. Il mio è un cammino che faccio per essere felice, per fare cose che mi emozionano e mi arricchiscono. In questo periodo, ad esempio, presenterò un concerto sinfonico dedicato a Bach, Beethoven e Mahler. Parallelamente sto preparando una selezione di Aida: un punto di arrivo enorme dal punto di vista vocale. È un’opera che richiede una vocalità capace di sostenere un’orchestra strutturata e linee di canto eroiche. È come correre una finale olimpica. Quando ho iniziato a studiare lirica mi ero detto: “Un giorno canterò Aida”. Ora quella sfida è davanti a me». 

La voce come allenamento quotidiano 

«Il canto lirico è una disciplina sportiva. Richiede controllo, consapevolezza del corpo, studio continuo. Il lavoro più grande è su se stessi: conoscere il proprio strumento, che è il corpo. Per fare onore a uno spartito bisogna comprenderne il contesto storico, il rapporto tra musica e testo, il significato dei personaggi. E poi trasformare le proprie emozioni – dolore, amore, gioia – in espressione artistica. Senza autocontrollo il canto diventa un incubo: la tensione chiude la gola e tutto si blocca». 

Dalle chitarre distorte al belcanto 

«Vengo dal metal, anche da quello più estremo. La scintilla per la lirica è scattata grazie al mio primo maestro di canto, che mi insegnò a non bruciare le tappe. Le voci hanno bisogno di tempo. Un giorno partecipai a una piccola esecuzione delle Nozze di Figaro. Non avevo mai ascoltato opera. Salendo sul palco ho avuto la sensazione di attraversare un filtro: tutto restava fuori, io ero lì, presente. Da allora ho capito che quella era la mia strada. Venivo dal rugby, da un mondo fisico e ruvido. La lirica era l’opposto: precisione, controllo, eleganza. Proprio questa distanza mi ha conquistato. Oggi mi sento tra due poli opposti, come un faro tra un più e un meno». 

Dietro le quinte, la stessa passione 

«Il tecnico è stato il mio primo lavoro ed è meraviglioso: prepari tutto perché altri possano fare spettacolo. È un modo diverso di stare sul palco. Quando ho bisogno di cambiare prospettiva, tolgo il frac e indosso l’elmetto da tecnico. Questa doppia dimensione mi permette di restare in equilibrio». 

Studiare per essere liberi 

«A chi sogna il palco dico: migliorati sempre. Studia. Il palco è libertà, ma sei davvero libero solo se sei preparato. Il mio maestro diceva che la libertà arriva quando ti togli le catene che ti sei messo da solo e quelle catene sono lo studio. Sono pesanti, ma quando entri in scena puoi scioglierle e volare». 

Oltre la viralità: il giudizio del palco 

«Il mondo delle star nate dalla viralità non mi appartiene. Può sembrare tutto facile, ma il palco è il vero giudice. Hai tutta la vita per fare bene e un giorno solo per sbagliare. E quel giorno pesa». 

I momenti che restano 

«Tra i ricordi più intensi, cantare a Busseto, nel salone di Casa Barezzi, luogo legato a Giuseppe Verdi. Un onore immenso. E poi l’esecuzione di “Celeste Aida” davanti al figlio di Carlo Bergonzi: Quando mi disse che suo padre sarebbe stato contento, quello fu un traguardo vero. Come tecnico, uno dei momenti più forti resta l’AMA Festival con gli CCCP: seduto sulla torretta della regia, sopra un oceano di persone, mentre iniziavano a suonare “Madre”. Ho pensato: “wow”». 

CORA: l’opera fuori dalla gabbia 

«CORA nasce nel 2021 a Padova dopo un anno di progettazione. L’obiettivo è chiaro: qualità artistica e rispetto del lavoro. Pagamenti regolari, contributi, niente lavoro in nero. L’idea è portare l’opera fuori dai teatri tradizionali e dialogare con il pubblico reale, anche in contesti informali. Tornare alle origini popolari del teatro. È una rivoluzione? Forse. Sicuramente è un atto di libertà». 

Fare rete: l’esperienza in Doc Servizi 

«Doc Servizi per me è presenza concreta: quando ho bisogno, rispondono. C’è supporto reale. Durante la pandemia ho avuto un ruolo nella rappresentanza dei lavoratori dello spettacolo. Doc Servizi non ha mai interferito e, attraverso Fondazione Centro Studi, ha fornito dati preziosi. Ho apprezzato questo atteggiamento. In un mondo di solitari, creare rete è fondamentale. Senza rete non si fa nulla».